Confraternita dell'Assunta

Gesù: vero Dio, vero uomo

11/03/2008 - Quante volte noi confratelli dell’Assunta abbiamo posato lo sguardo sull’immagine lignea del Cristo nell’orto durante le sacre cerimonie! Eppure, nella sua austerità, quell’immagine forse rende poco l’idea delle forti emozioni provate da Gesù nel giardino del Getsemani, sul Monte degli Ulivi.
Conforme ai canoni del periodo in cui fu intagliata (l’attuale simulacro risale al 1859, ed è una copia identica dell’originale risalente al XVI secolo), la statua propone un Cristo che, seppure in agonia, trova nella preghiera il rifugio nel Padre. È un Cristo sofferente, ma la sua è sofferenza composta. La sua è agonia, ma non agonia disperata. Le mani sono giunte nell’atteggiamento dell’orante, ma le dita non sono strettamente intrecciate nell’atteggiamento del disperato che prega: solo i polpastrelli delle dita si sfiorano appena con grande delicatezza.
È ipotizzabile che lo scultore, in linea con le correnti artistiche rinascimentali, abbia voluto porre l’accento sulla divinità di Gesù, raffigurando la scena dell’agonia nel Getsemani in maniera sobria, conferendo al gruppo statuario quell’austerità che lo rende unico ed elegante.
Spetta ai credenti, poi, meditare sui passi evangelici che a quell’episodio fanno riferimento, pensare con cuore contrito che quel Cristo è sceso nel mondo per me, ha agonizzato nel Getsemani per me, è morto in croce per me ed infine è risorto per me.
Non solo Dio ha voluto incarnarsi in Gesù Cristo per me, ma ha anche voluto farlo come me: nato da una donna, ha voluto provare la fame, il freddo, il sonno, la sete. In quanto Dio e Padrone della vita, volontariamente ha offerto la sua vita come riscatto per il peccato del mondo:

«Per questo il Padre mi ama, perchè io do la mia vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma io la do da me stesso. Ho il potere di darla e ho il potere di riprenderla. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv. 10,17-18).

In quanto uomo vivente ha voluto vivere l’angoscia del sofferente prossimo alla morte.
È davvero impressionante leggere l’episodio evangelico dell’agonia di Gesù nell’orto. Egli prova dentro se una “angoscia mortale”: sulle sue spalle grava l’orribile peso di tutti i peccati di tutti gli uomini di tutte le epoche: quelli vissuti prima di Gesù, quelli a lui contemporanei, quelli vissuti dopo. Nel Getsemani, ben consapevole della grande responsabilità che Dio gli ha affidato, Gesù sente su di se lo spavento ed il timore per le atroci sofferenze che lui, uomo, dovrà patire senza fare alcun ricorso ai propri poteri divini. Soprattutto egli sa di dover affrontare il tutto da solo, senza l’ausilio di nessuno, neanche di Giovanni, l’apostolo che egli amava, o del caro apostolo Giacomo, o dell’amico Pietro, che lo avrebbe tradito. Ecco quanto riferisce l’Evangelista Matteo:

“Giunto Gesù con loro nel campo chiamato Getsemani, dice ai discepoli: «Fermatevi qui, mentre io vado là a pregare».
Preso con se Pietro, con i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Quindi dice loro: «Triste è l’anima mia fino alla morte: rimanete qui e vegliate con me».
E, scostatosi un poco, cadde con la faccia a terra, e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Però non come voglio io, ma come vuoi tu».
Quindi ritorna dai discepoli e, trovatili addormentati, dice a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare per una sola ora con me? Vegliate e pregate, affinchè non entriate in tentazione. Si, lo spirito è pronto, ma la carne è debole»
, (Mt. 26,36-41).

L’Evangelista Luca, medico di Antiochia di origine pagana, annota nel suo racconto l’apparizione nel Getsemani di un angelo consolatore, oltre al fenomeno capitato a Gesù della diapèdesi, comune ai condannati a morte: in Lui la forte angoscia provoca un aumento del battito cardiaco e della pressione sanguigna, tanto da rompere i vasi capillari della fronte, con conseguente emorragia interna, versamento del sangue nelle ghiandole sudoripare, e fuoriuscita copiosa di sangue dai pori della fronte:

“Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Ed entrato in agonia, pregava più intensamente. Il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano a terra” (Lc. 22,43-44).

Non è possibile a questo punto non pensare all’episodio della Trasfigurazione: anche lì c'era un monte, anche lì gli stessi testimoni: Pietro, Giacomo e suo fratello Giovanni (i figli di Zebedeo).

Ecco la conclusione: esiste un solo Gesù, nella Trasfigurazione manifestatosi nella sua Potenza Divina, nel Getsemani manifestatosi nella sua fragilità umana.

Pietro Angione

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