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XXIII domenica del tempo ordinario
06/09/2008 - 7 settembre 2008
La regola della correzione fraterna è posta, significativamente, dopo la parabola smarrita. Nasce dunque dallo stesso amore che muove il pastore ad andare a cercare, a gioire dopo aver trovato. Il fratello è pecora da non perdere. Il peccato, fonte di ogni smarrimento, di ogni divisione nella comunità, sarà un'insidia perenne e per il singolo membro e per tutto il gregge dei discepoli. Che fare quando un giudizio sereno, non malevolo, ci fa concludere che il fratello ha commesso una colpa? Bisogna muoversi lasciandosi guidare solo dall'amore, non isolare l'appestato, non puntare il dito, ma piuttosto farsi vicini per un'ammonizione che si realizzi in gradi diversi a seconda della durezza del peccatore-fratello. Prima di giungere all'estremo rimedio dell'espulsione dalla comunità, mostrare tutto il nostro interesse per il suo bene e per quello della stessa comunità; distinguerci per discrezione e carità.
Nella seconda parte del brano alla correzione fraterna si aggiunge un'altra "regola" per la vita comunitaria. Uno dei poteri conferiti a Pietro (16,19) "chiudere e aprire" o, come detto qui usando il linguaggio rabbinico, "legare e sciogliere", verrà esercitato da chi ha avuto il ministero di guidare sempre per il bene della comunità. E ciò che i capi faranno quaggiù sarà ratificato da Dio nell'alto dei cieli. L'esegesi cattolica ritiene che queste promesse valgano per Pietro, i suoi successori, quanti a loro volta vengono mandati, e che debbano riguardare particolarmente l'ordine della fede e della morale. Possiamo individuare anche un'altra "regola": ci dice quale forza possieda la comunità nella sua intercessione, esercitata nella preghiera che la unisce e rende presente e partecipe di questa supplica al Padre lo stesso Gesù. Pregando "nel nome di Gesù", pensando con fede a lui accade che egli sia in mezzo ai suoi mentre ricordano e ripetono le sue parole e i suoi gesti.
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