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XXIX domenica del Tempo Ordinario
18/10/2008 - 19 ottobre 2008
“A DIO QUELLO CHE È DI DIO”
Sarebbe assurdo pretendere di trattare completamente la questione dei rapporti tra Cesare e Dio, cioè tra stato e religione.
Per coloro che non ammettono Dio, il problema non si pone; c’è solo lo stato, la classe… e noi ne siamo una parte: inferiori e dipendenti. Per quanti ammettono Dio il problema si pone: l’importante è non confondere altare e trono.
Gesù riconosce l’autorità del potere politico, ma il potere dello stato ha limiti precisi che non possono estendersi fino ad assorbire totalmente l’uomo. È questo il senso della dichiarazione finale che sigla l’azione simbolica della moneta: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Il monito del Cristo è molto concreto e non solo un affermazione di principio. Da un lato egli proclama il dovere umano, civile e morale di pagare le tasse, cioè di collaborare alla vita politica e al bene comune della società terrena.
La sua è, allora, anche una puntuale accusa contro l’allegra e continua evasione fiscale praticata senza pudori da molti cristiani soprattutto benpensanti. D’altro canto, però, Gesù afferma con vigore l’autonomia della coscienza e della dignità umana che non può essere conculcata da nessun potere politico prevaricante.
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