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XXIV domenica del tempo ordinario - 12 settembre 2010
11/09/2010 - Chiamato «il libretto delle parabole della misericordia», il c. 15 di Luca che oggi la liturgia ci propone integralmente, è di tale bellezza, intensità e immediatezza da rendere ogni nota di commento stonata e inutile, tanto è trasparente il messaggio. Suggerisco solo poche e semplici riflessioni, quasi sottovoce e in punta di piedi, per lasciare che la Parola del Cristo risuoni liberamente e in pienezza nel cuore dei lettori.
In particolare voglio soffermarmi sull’ultima delle tre parabole raccontate nel Vangelo odierno, divenuta un classico nell’arte cristiana. Si tratta della parabola del figlio prodigo, nella quale troviamo l’espressione più alta dell’amore del Padre. Protagonista della parabola è il padre che continua ad amare un figlio che si allontana e un figlio che resta con lui senza comprendere il suo amore. Il figlio più giovane sente la vita col padre come un peso, sente il suo amore come una limitazione alla propria libertà. Ha dovuto perdere tutto per capire che era una falsa sicurezza quella che riponeva nel patrimonio e che sognava una liberà impossibile.
Per essere perdonato, il figlio non deve pagare il debito, nè tanto meno cercare di placare il padre, ma deve tornare a casa e accettare l’amore del padre.
Il dramma di questo fratello si consuma all’interno della sua anima e del suo cuore.
Anche il figlio maggiore non ha compreso l’amore del padre; non ha capito che il peccato del fratello è stato quello di lasciare il padre; non si rende conto che la responsabilità di quanto è accaduto in famiglia, ricade anche su di lui.
Per noi, come per il figlio maggiore, è facile crederci giusti, non ammettere che siamo prigionieri del peccato. Č questo atteggiamento che ci impedisce di capire che Dio ci ama e che gli stanno a cuore i dispersi, i peccatori, i disprezzati.
L’unica debolezza che Dio si concede di fronte al nostro peccato, è il perdono: è il condividere la nostra sete di vita, venendo incontro al nostro cammino di ritorno a lui. Allora dobbiamo convertirci alla tenerezza di Dio. Convertirsi significa passare dalla nostra prospettiva a quella inaudita di Dio.
Nessuno si merita l’amore di Dio. Il suo amore è assolutamente gratuito, libero, pieno. Dio non ci ama perchè siamo buoni, ma amandoci senza misura ci rende buoni, aprendoci alla speranza. Č questa la logica dell’amore del padre «prodigo» di misericordia.
don Massimo Storelli
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