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IV domenica di Pasqua - 15 maggio 2011
14/05/2011 - Giovanni 10, 1-10
«Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». Così inizia il salmo 22, tanto risaputo, che verrà proclamato nella odierna liturgia pervasa, appunto, dal simbolismo del pastore. Attorno all’immagine del pastore Gesù costruisce una parabola che solo Giovanni ci riferisce. Cristo si presenta come buon pastore e porta delle pecore. Una delle porte del Tempio di Gerusalemme si chiamava proprio Porta delle Pecore. Gesù, con arditezza, si definisce come la nuova porta delle pecore, cioè il vero Tempio che mette in contatto con l’eterno.
Questa pagina giovannea è prima di tutto un inno alla divinità del Cristo. La sua azione nei confronti delle sue pecore, cioè dei suoi fedeli, è descritta attraverso un insieme di verbi “pastorali” molto suggestivi. Egli ha con il gregge un’intimità immediata. Chiama le pecore ad una ad una. Ha un messaggio specifico per ognuno. Il pastore divino conduce il suo gregge su pascoli fertili, camminando innanzi come guida. Ma la parabola non è solo solare, conosce anche la tenebra. Si intravede, infatti, nella notte un ladro che entra da un’altra parte e semina il panico tra le pecore. Si tratta di un brigante che viene per rubare, uccidere e distruggere; è un estraneo la cui voce provoca paura e sconcerto. Insomma si tratta di un falso pastore che sa solo seminare corruzione e morte.
Se si vuole ottenere la salvezza occorre lasciarsi guidare da Cristo Buon Pastore, che ci invita ad essere fiduciosi e sereni perchè noi siamo il suo “piccolo gregge” personale, separato dai capri selvaggi e dal gregge che è di altri padroni. Ma il suo desiderio è che anche le altre pecore diventino sue così che ci sia «un solo gregge e un solo pastore», nella pace e nell’abbondanza di vita.
don Massimo Storelli
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